LA SOLITUDINE


“Chi è solo, è stato solo”

La solitudine è uno dei sentimenti più dolorosi che l’essere umano abbia modo di provare nella sua vita, è una emozione più intensa dell’angoscia di morte e dell’abbandono a causa della sua “stabile” presenza nell’anima di chi ne soffre.

La solitudine infatti può trasformarsi in un sentimento di inerzia, accompagnato da una perdita di forze anche fisiche, che possono compromettere tutto il costruito della persona.
Eppure se si riflette razionalmente, noi nasciamo grazie ad una separazione, dalla madre, dall’utero e veniamo immessi inermi nel tutto della vita, quindi come mai questo sentimento assume una connotazione tanto negativa, da influire così prepotentemente nella vita di molte persone?

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Nell’individuo, dopo la nascita, inizia un processo di identificazione con i suoi creatori, il padre e la madre, i quali facendogli da specchio, gli permettono di vedere  se stesso, attraverso l’immagine che loro gli “riflettono”.

E’ grazie a questa “riflessione genitoriale” che egli comporrà il puzzle di se stesso, cosa che da solo non può fare, non avendo egli ancora acquisito la coscienza interiore, di chi è nel mondo e del suo corpo nel mondo.

Si tratta di un passaggio evolutivo fondante per la persona, in quanto è in questa fase che la persona acquisisce le modalità con le quali andrà poi nella vita, svilupperà cosa pensa di se stesso e quali possibilità  di successo  riterrà di avere in futuro rispetto ad altri.

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Traumi affettivi precoci o una lacunosa capacità della madre, di contenere nel suo utero protettivo la persona che ha messo al mondo, fa si che lo specchio genitoriale di riflessione dell’immagine di sé, diventi distorto e costui si abituerà ad una immaginaria presenza materna e di conseguenza creerà una compensativa visione di se stesso, cosa che invece di andare a colmare con l’esperienza creativa la sua solitudine,  svuoterà di contenuto esistenziale egli stesso creando un’essere mancante.

Chi si sente solo, si ritira in un silenzio a volte ostinato, altre passivo, con picchi di rabbia mal celata, pur di non farsi toccare, ed amare, cercando di nascondersi per far rimanere viva la propria immagine ideale, supportata da quella falsa immagine materna, che gli ha fatto una vuota compagnia per tutta la vita, che ha raffreddato il suo cuore e svuotato il suo Io.

Questa ricerca spasmodica dell’utero accogliente falso, li porta a rinchiudersi in ogni metafora che lo rappresenti, che sia il rimanere in casa, che chiudersi in un rapporto sterile o in un lavoro alienante.

Infatti la cosa più difficile per loro è uscire da questa visione interiore di utero nevrotico compensativo, che pur essendo inesistenze, affinché rimanga tale a livello mentale, costoro sono disposti a disconoscere qualsiasi positiva realtà nella quale si verranno a trovare, e li renderà inclini a banalizzare ogni relazione e vedere un vuoto anche nel pieno.

Anzi proprio quando si avvicina loro una felicità, oppure una realizzazione personale che dichiari la loro indipendenza, e quindi arrivino alla consapevolezza di poter fare a meno della proiezione dell’utero falso materno.

Essendo questa abbondanza una  minaccia per la sussistenza del materno nevrotico, cercano di allontanarla da se, attraverso tentativi di fallire nello studio, nel lavoro, negli amori: Da un lato razionalmente desiderando di liberarsi, ma di fatto ostacolando la loro riuscita stabile nella vita dovuta a se e non alla proiezione dell’utero falso rassicurante.

La solitudine si connota anche di una rabbia profonda, causata dall’impotenza che si è vissuta, stimolata  dall’allontanamento forzato dalla rassicurante protezione materna, ed il risultato è, che costoro non fanno altro che riportarsi nel sentimento di solitudine, come in un film che costantemente si ripete nel quale loro rimettono in scena l’abbandono ricevuto.

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Diventa chiaro come una madre falsamente presente impedisca la nascita della capacità di avere relazioni profonde, pur essendo queste la “cura” più idonea, ma anzi invogliano a scegliere l’opposto, ossia relazioni sadiche, nella quali inevitabilmente saranno sottomesse ed umiliate.

Nella loro mente inconsciamente risuona: ” almeno non sarò sola e allevierò questa dolorosa condizione di solitudine“, non importa se saranno costretti a fare lavori nei quali sono destinati alla sottomissione o intratterranno relazione dove saranno sviliti, comunque sacrificheranno per un fantasma se stessi e la loro vita sarà accompagnata per sempre da rabbia e rancore oltre che umiliazione.

Per interrompere questa ripetizione occorre uscire dal circuito mentale narcisistico di pensare troppo a se, perché ciò foraggia la solitudine effettiva, occorre anche riappropriarsi del proprio corpo, degli istinti e del principio di piacere, presi in ostaggio dalla proiezione materna, bisogna entrare nella vera realtà della vita lasciando a quel mondo immaturo la proiezione della falsa madre.

Questo passaggio molto importante, da la possibilità di riconoscere sempre più la propria trappola mentale e di vederla per ciò che è, ossia come un vano tentativo per riproporre nevroticamente una  realtà uterina materna positiva mai esistita davvero.

Rinunciando alla idealizzazione fantasma per avere immaginariamente la madre mancante, si ha la possibilità di interrompere la solitudine spostando le energie verso una sana e realistica costruzione esistenziale.

Solo il superamento di questa proiezione uterina materna, può portare ad una serenità, sempre che si riesca a gettare uno sguardo lucido oltre la proiezione di che si sta mettendo in atto perché anche questo è molto difficile da fare, se non dopo anni di introspezione ed analisi dell’accaduto.

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Tuttavia è bene sottolineare che la solitudine non ha solo connotazioni negative, infatti essa può essere vissuta in due modi:

-come sentimento doloroso che si associa a stati interni d’isolamento ed abbandono.
-come spazio d’introspezione ed espressione della propria soggettività e creatività personale.

Come abbiamo visto nel primo caso, il senso di solitudine è associato al  sentimento di perdita di uno stato paradisiaco di perfetta fusione con la madre.

La relazione intima e sana tra l’inconscio della madre e quello del bambino, instaura una comprensione profonda che non abbisogna di parole per comprendersi: Il sentimento di solitudine, nasce dal dolore per la perdita irreparabile di questa comunicazione e comprensione profonda e non sarà colmabile ne eliminabile, se non da una effettiva costruzione di se stessi, basata su nuove interiorizzazioni affettive, che si verranno ad instaurare, contraddistinte dalla stabilità e della profondità.

Lamentarsi del tempo che ci vorrà, è solo l’ennesimo tentativo inconscio di rimanere nella falsa proiezione uterina!

Occorre interiorizzare un “oggetto” buono, sul quale far espandere il proprio Io, nel quale egli potrà specchiarsi, attraverso una nuova lente non distorta come quella genitoriale, solo così egli potrà sentirsi al centro del mondo affettivo e legittimare la propria esistenza attraverso le sue pulsioni, perché il senso di solitudine ha come conseguenza, oltre al tentativo di svendersi come illusorio modo di non soffrire più, anche quello di castrare le proprie pulsioni e fantasie.

Infatti, come si poteva accettare una pulsione di piacere del corpo, se invasi mentalmente dalla angoscia di morte, causata dalla assenza materna, quindi la libido personale veniva sacrificata in età infantile, sull’altare della ricerca del finto utero materno.

Quando la madre non é presente, il bambino può sentirla come perduta per sempre, il che equivale alla paura della sua morte.
La madre sana invece con la sua costante presenza, si adopera invece affinché  il proprio bambino trovi in se stesso, l’ambiente ideale che lo protegga e che gli consenta di essere sereno, un ambiente creativo protetto che gli permetta di pronunciare “Io sono”, posso esistere, amare e provare piacere, in tutto ciò che costruirò ed amerò.

Non esiste dicevamo un solo tipo di solitudine, infatti questa emozione la si trova nella forma di solitudine affettiva, solitudine nella vita, solitudine senza amore e la solitudine esistenziale.

Ci si può sentire soli anche in mezzo a tanta gente ed in questo caso si parla di solitudine sociale.

La solitudine in realtà ha radici profonde, inizia quando la persona non fa più parte di un tutto intorno a se ma è proiettata solo in una visione personale, in questa dimensione egoica, la persona perde il senso del perché esiste, quindi entra in un circuito mentale di solitudine che potrebbe sfociare a lungo andare in depressione.

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Le radici profonde del senso di solitudine affettiva, sono anche causate dal non avere dentro se una sufficiente riserva affettiva e questo è dovuto alla capacità che hanno avuto i genitori, di creare o meno un serbatoio affettivo interiore, che permette di andare senza rimanere vuoti dentro se stessi.

Per non sentirsi soli, per combattere la solitudine, occorre fare un cambiamento mentale,  passando dal cercare persone o situazioni per non essere soli, al portarsi ad incontrare il mondo, abbracciare il tutto intorno a noi, ricollegandosi a tutte le cose materiali ed immateriali che accompagnano la nostra vita.

Occorre percepire di nuovo la spiritualità contenuta in tutte le cose viventi e non, per sentirci di nuovo parti di un insieme, la solitudine la si combatte con l’interesse e la costruzione, aprendosi e non chiudendosi, amando e venendo amati.

Fintanto non si appartiene totalmente a se stressi ed a qualcuno, il seme della solitudine sarò sempre pronto a sbocciare.

 

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